Segnalo il saggio in tre parti di Carla Benedetti su "Il mercato dell'arte e il mercato del libro", pubblicato da ilprimoamore. Raramente ho letto, condensate in un testo relativamente breve, così tante cose che mi spaventano. Difficile però negare che siano vere...
Trovate qui la prima parte (con un fastidioso errore di copia-e-incolla che raddoppia la lunghezza del testo), poi la la seconda e la terza.
Non mi capita spesso di leggere sui giornali qualcosa che conferma i miei sospetti, ma oggi è successo: questo articolo di Katia Riccardi su la Repubblica, si occupa di uno studio su quel che ascoltano i soldati americani in Iraq. Una specie di colonna sonora della guerra, insomma.
Devo dire che conosco solo qualcosa di quella playlist: ho ascoltato Eminem, naturalmente, e anche qualcosa dei Guns N' Roses, degli AC/DC, ma non so chi siano i Dropkick Murphys o i Drowning Pool. Il metal rock non mi è mai piaciuto, mentre ho sentito spesso (grazie a mio figlio) dell'ottimo hip-hop, e in fondo uno dei padri del rap ha un posto sicuro tra i miei preferiti: il grande poeta giamaicano Linton Kwesi Johnson.
Quel che voglio dire è che un certo tipo di musica va d'accordo benissimo con comportamenti violenti. Come dice un sergente nell'articolo "se stai andando in battaglia e metti su musica natalizia rischi la vita". Ma se un giorno non devi uccidere nessuno -capita anche questo- cosa te ne fai dei Dropkick Murphys? E soprattutto: chi ti ha raccontato che il jazz serve a rilassarsi? Altra questione interessante. Nessuno che abbia ascoltato con un minimo di attenzione la musica jazz la definirebbe rilassante: al contrario, richiede molta concentrazione. Ma forse, dopo un paio di giorni di battaglia al ritmo degli AC/DC, basta poco per rilassarsi. Questo mi dice (sulla guerra e sul metal rock) quel che sospettavo: ne so poco, e quel poco non mi piace.
PS: per chi non lo conosce, qui sotto un video di LKJ. Peace ;-)
Entrato al cinema sospettoso (come fa lo stesso film a ricevere premi sia dai critici cattolici che dall'associazione degli atei e razionalisti?), ne sono uscito entusiasta: una regista (l'austriaca Jessica Hausner) che ci dà una vera, grande lezione di stile senza rinunciare al tocco leggerissimo; due attrici bravissime (Sylvie Testud e Léa Seydoux, e quest'ultima dirà, in tutto il film, sì e no venti parole). In una parola: obbligatorio!
La pubblicità dei jeans Diesel di questi giorni mostra solo una frase: I FURBI CRITICANO, GLI STUPIDI CREANO. E conclude con l'invito: sii stupido. Come se ce ne fosse bisogno. Gli stupidi inventano moltissimo e, di solito, cose stupide. Gli stupidissimi poi, con un po' di impegno, riescono a inventare cose molto, molto stupide: come questa pubblicità. O sono io che non ho capito la raffinatezza?
I furbi, secondo me, ascoltano questa musica: Michel Petrucciani live in Stuttgart, 1993
PS: Grazie a Vittoria, per avermi spiegato l'enigma di Yellow Smiley del penultimo post.
Per esempio questa: la portavoce dell' associazione MIGRARE , Shukri Said, è stata ricoverata ieri in ospedale a Roma dopo 17 giorni di sciopero della fame. La signora Said e altre 300 persone (italiani e migranti) protestano contro la mancata attuazione della legge Bossi-Fini. La legge prevede un tempo massimo di 20 giorni per il rinnovo del permesso di soggiorno, ma l'attesa media va dai 7 ai 13 MESI.
Questa notizia mancava oggi dai giornali italiani, chi ne vuole sapere qualcosa, la deve cercare qui.
Se invece cercate informazioni sul vestitino trasparente della tennista Sharapova, o sulla dieta che fa smettere di russare, rivolgetevi pure al corriere della sera o a repubblica.
panta commented, on 18 January 2010 at 5:50 p.m.:
La maggioranza potrebbe applicare la stessa logica applicata alla riforma della giustizia, e in caso di superamento del tempo limite stabilito, accordare automaticamente il rinnovo del permesso di soggiorno.
Lucas commented, on 9 March 2010 at 12:38 a.m.:
Quando le quantità sono tali il prodotto è tale
viceversa quando tali sono le qualità tali sono i tali
C'è poi il caso che non vi sia niente ed allora
quel niente
vale ancora di più