(una parodia, per Rosa, Johannes ed Emilio)
La sorgente dell'isonzo (come il campanile di combray) è poco appariscente: un gran buco d' acque chiarissime, nero e poi blu e poi turchese, sul fianco del monte. La voce del fiume neonato è appena un mormorio, che quelle di noi visitatori quasi sovrastano. Ma subito sotto, una piccola serie di salti tra le pietre produce il primo vagito: un gorgogliare si perde per il canalone, che scende ripido verso il rifugio alpino. L'isonzo cerca la sua strada, verso il mondo che lo attende. Poco in basso, già raddoppiato da un piccolo affluente, il torrente bambino riempie il fondo della valletta del suo suono. Così scende, e noi con lui, incontrando e accogliendo altri rivoli come compagni di giochi: ora circondando un gran masso come per fare girotondo, ora riempiendo una fenditura e imitando scherzosamente un fiume adulto. E crescendo ancora, e allargando le rive, canta la sua limpidezza. Grande è la nostra sorpresa quando lo ritroviamo dopo un'ampia curva nella quale non abbiamo potuto seguirlo e siamo stati costretti a una lunga e faticosa deviazione nel bosco: stentiamo quasi a riconoscerlo, tanto si è allontanata l'altra sponda coperta di fiori gentili. Qui la corrente più vigorosa ha già travolto qualche alberello, laggiù si è scavata a forza un passaggio tra le pietre, mentre solo cinquanta metri più in alto le avrebbe accarezzate scivolandovi sopra, tingendole di verde pallido. Ma, soprattutto, è cambiata la sua voce: il gorgoglio puerile si è trasformato, ha preso un tono più basso che già riempie la valle, zittisce il vento tra gli alberi e riduce il canto degli uccelli a timido accompagnamento. Cerchiamo di capire quanto siano vari i suoi registri, di interpretare le misteriose sordine dell'acqua che d'improvviso, nel volgere di pochi metri, quasi la riducono al silenzio: eppure nulla sembra cambiato, forse le sue diverse voci si elidono a vicenda. Ma ecco che tutto cambia di nuovo, le rive basse ed erbose fanno posto alle pareti di un canyon, nel quale il fiume si tuffa, gira, rimbalza, si divide in fiotti, in gara tra loro a chi sia il più veloce, salta e spruzza con gioia che sembra innocente, se non si bada alle tremende ferite inflitte alla roccia: golfi, anse, scivoli, pozze di ogni colore, profonde incisioni nella pietra muta. Ad ascoltare allora un poco più attenti, si capisce come l'isonzo si sia costruito, nei millenni, un organo di risonanza per la sua voce, per le sue voci: scrosciare argentino, rombo di cascata, schiaffo sonoro al sasso che gli sbarra il cammino, e quel suono ancora più grave del quale non si capisce l'origine a meno di scendere -non senza difficoltà e con qualche pericolo- al livello dell'acqua. Scopriamo allora delle tasche nella roccia, sommerse quasi del tutto, nelle quali ogni onda successiva, riempiendole per un secondo e poi riabbassandosi, fa vibrare la massa di pietra come un basso profondo, e batte il tempo con un suono di schiocco-risucchio. Quando passiamo, aggrappati alle corde, su un fragile ponte sospeso, ascoltiamo alle due estremità melodie diverse, mentre invece nel mezzo, dai rimbalzi dell'eco tra le rocce, sale una colonna verticale di rumore assordante. Così si continua per un lungo tratto, alternando il fragore nelle gole [fortissimo] ai tratti aperti [pianissimo], finchè l'isonzo raggiunge la sua maturità e incontra le opere umane: argini, ponti; una piccola diga lo trasforma in lago silenzioso, per qualche tempo ritroviamo il fruscio del vento tra gli abeti, e più oltre (e più in basso) tra i tigli. E finalmente, uscendo dalla città, gli argini murati si trasformano in verdi colline lontane, oltre la distanza delle golene: il fiume ha perso la voglia del gioco, diventando lento e solenne, gran costruttore di isole sassose tra i campi di granturco che disseta. Allora la sua voce si fa difficile da ascoltare, andiamo a cercarla fin sulla riva, dove canne e tronchi suonano sull'acqua un fischio teso e vibrato, che somiglia a quello della bora. Sarà così fino alla foce. Ma noi, per aver seguito tutto il suo corso come amici fedeli, ora sapremo riconoscere -a volte- nella mareggiata che batte i moli del golfo di trieste, nel suono salato dell'onda, il ricordo del salto tra le rocce slovene. E sorrideremo, e terremo per noi un piccolo segreto, e sarà quella sola la ricompensa di aver camminato.