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La talpa

"La felicità è un fatto di pura immaginazione" (G. Casanova, Memorie della mia vita; libro VIII°, cap.99)

a / dall'altra parte del mondo

Proprio mentre il sole stava tramontando, Mellevy gridò fuori dalla cabina:
Butta quel cazzo di ancora, Joseph. Il nostro viaggio finisce qui. Aspettò, con le mani appoggiate leggermente sulla gran ruota del timone, ascoltando attento per sentire il tonfo nell'acqua e poi i rumori dell'ancora che faceva presa sul fondo. Girò allora la prua della barca verso la corrente. Nell'intervallo tra il giorno e la notte, le due rive del fiume erano silenziose. Con tutta calma, disse nel tubo d'ottone la parola magica macchine ferme e uscì nella sera. Stava appoggiato al parapetto a due metri da Joseph, che fumava. Indicando la schiuma bianca della corrente, forse un chilometro a monte, disse tranquillamente:
Il barcaiolo aveva ragione, la grande frana ha creato delle rapide, il fiume non è più navigabile.

Dalla sua faccia non si poteva capire se i dieci giorni di caldo e di zanzare, se i 900 chilometri di inutile navigazione gli pesassero o no. Il miglior capitano che mi sia mai capitato, pensò Joseph. Poi rispose:
Il barcaiolo non ha detto tutto. Vede quei due grandi alberi, capo? In mezzo, nascosto dalle canne, c'è un canale che corre parallelo alle rapide. Ci sono passato dieci anni fa con i geografi sulla Regina Vittoria, magari si passa ancora.
Si sentiva, sul ponte inferiore, uscire il macchinista Sermàl (e le sue due mogli, e due dei figli, che spalavano il carbone) tutti a caccia di un po' di fresco. Anche loro restarono a guardare la riva: un muro verde scuro. Da due giorni il fiume era deserto, non avevano incrociato nemmeno una canoa di pescatori. Le mogli del capo Sermàl si stancarono subito e si misero a preparare la cena, scherzando tra loro a bassa voce come sempre.

Domani mattina, disse Mellevy al suo equipaggio prima di cominciare a mangiare, traversiamo fino all'altra riva, mettiamo in acqua la lancia e usiamo quella per dare un'occhiata al canale di Joseph. La più giovane signora Sermàl gli versò un gran bicchiere di vino rosso. Joseph e il vecchio macchinista facevano luce con le lampade a mano ai due fuochisti ragazzoni che si tuffavano e aggrappavano ai parabordi, soffiando e ridendo. Dopo cena, mentre le sue mogli dicevano il rosario (sempre scherzando tra le avemarie, e poi pentendosi, e poi ricominciando a ridere) Sermàl giocò a carte con il capitano. Joseph stava già dormendo nella sua amaca-zanzariera.

Ma questo Joseph, ho chiesto io, lo sapeva già da prima, che il canale era ancora navigabile?
Ci devo ancora pensare, ha risposto Talpa.
Perché se lo sapeva...
Eh, già.

b / a Montebello

Quella sera eravamo andati in quattro dal nostro amico Talpa a Montebello, un paese chiamato così per celebrare la sua famosa bruttezza, eretta al centro di un'orrenda pianura. La sfortuna di Montebello era stata quella di trovarsi al centro di un triangolo di città: secondo me chi aveva progettato il centro commerciale aveva semplicemente puntato il dito sulla carta e detto "qui va bene" senza aver visto prima quel gruppetto di case (che a quel tempo di sicuro ancora si vedevano).

Talpa fa il guardiano del garage sotterraneo del centro commerciale e racconta storie a chi lo va a trovare. E' nato con un difetto alla vista che, secondo sua madre, lo ha fatto piangere per tutto il primo anno di vita. Poi un medico ne ha scoperto la causa: i suoi occhi non sopportano la luce, tutto quello che splende gli fa male. All'alba o al tramonto può uscire con gli occhiali da ghiacciaio, che lo fanno sembrare un esploratore polare smarrito a Montebello. A quell'ora riesce a farsi una passeggiatina, ma deve fare attenzione: una volta si è fatto sorprendere dai fari di un'auto ed è rimasto seduto per terra in un angolo, senza fiato per il dolore, finché qualcuno lo ha trovato e riaccompagnato a casa. A scuola ci è andato insieme a me, lui portava il bastone bianco dei ciechi. A un certo punto, naturalmente, qualcuno ha cominciato a chiamarlo Talpa. All'inizio gli dava fastidio, poi ne ho portata una vera, trovata nel giardino dei miei nonni, dentro una scatola da scarpe: lui ha tirato fuori una bestiola timida, tiepida, curiosa, pelliccia morbidissima e il suo soprannome gli è sembrato subito -oltre che una descrizione perfetta- un complimento. "Sempre meglio di Vampiro" ha deciso. Da allora, a parte la carta d'identità, lui è Talpa. Tutti lo chiamano così.

A diciott'anni ha trovato lavoro come guardiano in questo garage sotterraneo. Piano piano ha organizzato la sua vita qui sotto in modo da non dover uscire quasi mai: i ragazzi del centro commerciale sopra la sua testa gli portano tutto quello che serve, ha messo un letto da campeggio e un fornello nella sua stanzetta piena di monitor e di quadri elettrici.

A volte passa intere giornate senza parlare con nessuno: sbarre all'ingresso, macchine per pagare il parcheggio, ascensori, telecamere di sorveglianza, impianto audio, riscaldamento e aria condizionata: tutto funziona automaticamente. Se qualche cliente rimane bloccato in ascensore lui fa una telefonata, se qualcuno non ricorda dove ha lasciato l'auto lo lascia girare finché se la ritrova da solo. Almeno una volta alla settimana i monitor inquadrano un ladruncolo. In questi casi, senza fretta, passa per telefono una descrizione alle guardie, e loro lo aspettano all'uscita. Si accorge della pioggia quando vede le auto bagnate che lasciano le loro scie scure sul cemento delle prime rampe. Pian piano il mondo esterno (lui lo chiama il livello zero) ha smesso di interessarlo: legge molti libri, raramente un giornale, niente televisione. Il modo in cui, in Guerra e pace, il principe Andrei guarda le nuvole lo fa sospirare: è invidia? Più che altro gli sembra di aver nostalgia di una vita che non ha mai vissuto...

Riceve visite dal livello zero. Chi viene per la prima volta, e non sa nulla di lui, lo guarda pieno di compassione. Allora Talpa si mette a spiegare il suo punto di vista, di come si consideri il primo ambasciatore nel regno delle macchine, e il garage sotterraneo il primo esempio di architettura non-umana.

"Anche prima di conoscere le opinioni dei preti -dice- dei filosofi o degli artisti, lo sappiamo già: noi siamo sempre in due. Quello che fa, pensa, vive, e quello che lo guarda e giudica: curioso, dubbioso, senza ostilità, ma senza la minima fiducia. Ma le macchine non sono fatte così, non hanno dubbi, questa è la vera differenza, e la ragione dei problemi tra noi e loro.

"Per forza la gente non si trova bene qui sotto: il garage sotterraneo non è fatto per noi, è fatto su misura per le macchine. Vuoi un esempio? Questo posto è grande come una cattedrale, ma il soffitto è alto solo due metri e ottanta. Ti immagini la basilica di san Pietro con i muri alti tre metri? Sarebbe un posto strano, vero? Ma per le macchine il garage sotterraneo è perfetto, a loro piace e qui si sentono al sicuro. Senza il sole che le cucina e la pioggia che le fa arrugginire, senza grandine, e soprattutto senza persone che le guidano parlando al telefono, rifacendosi il trucco, litigando, ubriache, drogate da finire addosso ad altre auto, ai lampioni... si sono scritti tanti libri sulla paura che gli uomini hanno delle macchine, io potrei scriverne uno sulla loro: una gran paura, perché le guidiamo noi, e lo facciamo malissimo. Qui, quelle crepe sulle colonne all'altezza degli specchietti laterali, quei segni grigi dei paraurti sui muri, glielo ricordano sempre. Quando il garage è pieno di auto e senza gente, sento il sospiro di sollievo di tutti quei motori fermi, quel rumore che tu non puoi sentire, oppure che scambi per il ticchettio delle lamiere che si raffreddano.

"O prendi l'impianto audio: trasmette tutto il giorno la voce della mia amica Sonia che recita le offerte speciali, oppure una musica che, a quanto pare, attiva qualche zona del nostro inconscio e ci costringe a comprare. Però di notte, nel silenzio dei livelli più bassi, io ascolto quel ronzìo che fanno gli altoparlanti quando ricevono le scariche elettriche dei tubi al neon e su quella frequenza chiacchierano tra loro, dei fatti loro, fino al mattino.

"Il garage sotterraneo è, nei momenti difficili, l'habitat naturale delle razioni alimentari ridotte, dei profughi, dei lettini da campo e dei gabinetti chimici: mentre al livello zero infuriano gli uragani e le eruzioni vulcaniche. Il bisogno di vedere il cielo, di sentirsi addosso il calore del sole, sono dei lussi che non tutti, e non sempre, possono permettersi: le talpe, per esempio, non se la prendono più di tanto...