Pomeriggio.
Sono in un caffè con amici, ci siamo seduti dentro perché c'è l'aria condizionata. Sto cercando di tirare il fiato (ho fatto un lungo pezzo di strada sotto il sole) e ascolto gli altri che parlano.
Poi mi accorgo che nello specchio vedo una coppia al tavolo dietro di me, lei sui trenta, lui più vecchio di almeno dieci. Cerco di sentire quello che si dicono.
Lei (sorridente ma timida): Eddai professore, trovami un lavoro tu che conosci un sacco di gente.
Lui (facendo una faccia lasciva): E tu poi cosa fai per me ?
(lunga pausa)
Lei (senza alzare la voce): Non ci posso credere... Ti rompo la tua brutta faccia di merda, cretino.
Lui (impersonale): Non hai l'atteggiamento giusto.
Lei (alzandosi): Spero bene. Salutami tutta la Facoltà.
Se n'è andata e l'ha lasciato solo, a guardare il bicchiere di vino appena cominciato. Poi è successa una cosa: alzando gli occhi dal vino lui ha incrociato il mio sguardo. Ha capito subito che la scenetta precedente aveva avuto un testimone e mi ha guardato come se fosse colpa mia.
Mano sul cuore, tutto vero, parola per parola.
"E cosa deve importare, a questi, del romanzo?… È un impegno che sorpassa le forze attuali: manca il coraggio, la costanza, ci sono i modelli già fatti, lì pronti… Così esiste spesso il piano dell’opera, ma poi il romanzo manca…"
[L.F. Céline, intervistato da Alberto Arbasino nel 1957]
letto qui: http://www.minimaetmoralia.it/